Evade il Fisco la società all'estero senza dipendenti (Corte d'Appello di Milano, Sez. II Penale, sentenza 20 giugno 2014, n. 3534)

La Corte d'Appello di Milano torna ad occuparsi di “esterovestizione”, ossia della fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale di una una società che, al contrario, continua di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia, con lo scopo principale di sottoporre gli utili ad una minore tassazione.

Con la sentenza qui in commento, la Corte d'Appello di Milano ha dato concreta applicazione all'art. 73, III co., DPR 917/1986 (T.U.I.R.), secondo il quale sono da considerarsi fiscalmente in Italia le società e gli enti che, per la maggior parte del periodo d'imposta, hanno avuto la sede legale (ossia il luogo indicato dalla società nell'atto costitutivo) ovvero la sede amministrativa (inteso come il luogo ove si forma e da cui promana la volontà dell'organo amministrativo) ovvero l'oggetto principale (cioè il luogo in cui si concretizza l'attività economica svolta dalla società) nel territorio dello Stato italiano, bastando che uno solo di essi si sia verificato perchè la società possa venire considerata fiscalmente residente in Italia e, quindi, soggetta all'obbligo dichiarativo.

La Corte d'Appello, pertanto, non ha esitato a condannare gli imputati, in quanto la sede dell'amministrazione, il nucleo direzionale ed il luogo dove veniva esercitata l'attività principale per la realizzazione degli scopi societari erano da individuarsi in Italia.

In particolare, l'organo giudicante è arrivato a tale conclusione attraverso l'esame di una serie di circostanze univoche, tra le quali: la sovrapponibilità dei soggetti che in sede di cessione dei marchi avevano trattato per conto dei cedenti e della società cessionaria, la tenuta della contabilità sprovvista di un'organizzazione propria per l'attività svolta all'estero, la totale assenza di assunzioni.

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